Il fischio d’inizio.

Abbiamo un problema e questo problema si chiama: “do consigli che non seguo”.

Non ditemi che sono l’unica che ci credo come quella volta che Jack ha detto a Rose “ci siamo dentro insieme” e poi lui è annegato.

La verità è che siamo tutti bravi a parlare, ma quando ci siamo dentro è proprio un bel casino.

E vi giuro, ve lo giuro proprio, che vorrei parlarvi di cose più impegnate. Che so, la considerazione che la società ha della donna, i luoghi comuni sulle donne al volante, l’ibuprofene come panacea di tutti i mali.
Ma proprio non ce la faccio a non mettervi in guardia dagli uomini.

Che poi metto in guardia voi, ma redarguisco anche me. Il fatto che poi io non segua i miei stessi consigli è tutta un’altra storia.

E insomma una volta che siamo qui, che qualcuno di voi, oltre a mettere “mi piace” perché è stato invitato da un amico, mi legge davvero e tiene compagnia ai miei sproloqui, perché non spiegarvi chi sono?

Vi pregherei di non dare ascolto alla vocina che in questo momento dice convulsamente “stalkerstalkerstalker è una stalker”, perché è in parte vero, ma non del tutto.
Insomma cosa ci sarà di male nell’informarsi sul proprio interlocutore? Vogliamo davvero prenderci in giro e continuare a pensare che Dio ci abbia donato Google e il web 2.0 per scopi prettamente scientifici? Per darci la possibilità di evolverci intellettualmente?
Avanti non prendiamoci per il culo.

Google serve a vedere in ordine sparso:
I risultati delle partite su diretta.it;
Social network vari in cui è iscritta la nostra vittima;
Googlare il proprio nome per scoprire cosa esce fuori nel caso in cui qualcuno cercasse informazioni su di voi;
Cercare lavoro;
Guardare film.

Detto ciò il tema di oggi vuole essere più riflessivo del solito.
Tutto scaturisce, come sempre, dalle riflessioni del magico gruppo su whatsapp.

Oggi si parla del tempo.
Potremmo stare ore ed ore a sputare sentenze malinconiche sul tempo perso, ma dal momento che sono un’inguaribile romantica ottimista ho voglia di parlarvi del tempo guadagnato, del tempo che ci aspetta, del tempo dell’attesa.

Avete mai riflettuto a fondo sul significato del tempo e sulla fortuna che abbiamo ad averne da vendere?
E se ne aveste di più, come lo impieghereste?

Ci lamentiamo costantemente del tempo che passa, dell’inafferrabilità dei momenti, delle sensazioni.
Alzino la mano quanti di voi hanno pensato, almeno una volta, “avrei bisogno di una giornata che duri 48 ore”.

Il punto è che dovremmo iniziare a guardare tutto da un altro punto di vista, anche il tempo.
Un po’ come nell’attimo fuggente: dovremmo salire sulla cattedra e guardare tutto da lì.
Scrutare negli angoli nascosti della nostra vita, degli attimi vissuti ma non gustati.

Prendiamo la conoscenza tra due persone, per esempio.
La società, oggi, non fa altro che spingerci ad accelerare tutto, a stringere i tempi, a bruciare le tappe.
Ma che gusto c’è a mangiare una matriciana senza gustare il sapore del guanciale? Il piacevole pizzicorio del pecorino romano? L’impercettibile rumore del bucatino che viene aspirato insieme alla vita?

Gli attimi, gli attimi sono fuggenti davvero.
Quando guardi il derby, non parti dal risultato finale. Il fischio d’inizio, parte tutto da lì.
E poi il primo passaggio, e l’attacco, e il contropiede, e la difesa, e il calcio d’angolo, e la punizione, e la rimessa laterale, e no! Fuorigioco! E poi il primo goal e poi di nuovo uguale.
E quando finalmente stai vincendo, quando la curva canta a squarciagola, quando il tuo cuore sembra impazzire di gioia per una vittoria inaspettata, perché quel giorno sei andato a vedere una partita come le altre e poi hai scoperto essere LA partita, beh…proprio in quel momento l’unica cosa a cui riesci a pensare è “fischia. Dai, fischia!”. Perché quel risultato lo vuoi portare a casa, perché quella partita la ricorderai per il resto della tua vita. O magari no, ma è stata comunque una gran bella partita.

E allora è così che dovrebbe essere vissuta la vita, come la partita che finalmente hai deciso di giocare. E vincere.

E allora il tempo passa, ma non si accorge che non è più inafferrabile.
È nostro.

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