Gravidanza: dalla dolce attesa alla depressione perinatale

Diventare genitori può essere l’esperienza più forte e totalizzante della vita di una persona.
Userò una frase che non ho mai sopportato nella mia vita a. O. (avanti Ottavia), ma che non rispecchia altro che la realtà dei fatti: fin quando non ci sei dentro, non hai la minima idea di cosa significhi.

Durante i 10 mesi di gestazione (ehm sì, sono 9 mesi completi... qualcuno doveva pur dirvelo!), amiche, conoscenti, parenti, non fanno altro che ripeterti: “riposati ora, perché poi…”, “dormi finché puoi *segue risatina fastidiosissima di chi la sa lunga*”, “goditi il pancione, perché ti mancheranno pace e solitudine!”, “che vuoi che sia questo mal di schiena in confronto a quello che proverai quando inizierà a camminare!”.

Posto il fatto che, a parte alcuni rarissimi casi di sincera empatia, trovo davvero triste che un’altra mamma o un altro papà sminuiscano le sensazioni di una donna che fa i conti, per la prima volta, con l’essere gravida, pregna, piena fino allo sterno, dando per scontato che il periodo della gravidanza sia vissuto da tutte nello stesso modo.

Io per prima, che amo mia figlia a dismisura, per i primi 20 giorni dopo aver visto le due linee sul test, ho avuto dubbi sul portare avanti la gravidanza, cercata e fortemente voluta. E conosco tante, tante altre donne così.

Perché? Perché un figlio ti sconvolge la vita due volte: quando arriva e quando nasce.
E perché no, non per tutte l’attesa è dolce. A volte può essere dura.
A causa degli ormoni, di una predisposizione ad episodi depressivi o ad attacchi d’ansia.
Pensate a chi soffre, tra tante, di Disturbo ossessivo compulsivo.
Vi faccio un esempio, così è più chiaro.

Soffro di DOC e ho una fissazione per i germi e la pulizia.
So e mi dicono che in gravidanza, se non ho mai contratto la toxoplasmosi, devo stare attenta, evitare una serie innumerevoli di pietanze e lavare benissimo frutta e verdura.
L’informazione arriva al mio cervello, che la traduce in modo maniacale, così: “la frutta e verdura va lavata e disinfettata, sì. Ma per portarla dalla busta in cui è riposta, al lavandino in cui la laverò, sarò costretta a toccarla, quindi dovrò lavarmi le mani con la candeggina per essere sicura che non mi resti addosso alcun residuo di un potenziale batterio che potrebbe fare male al mio bambino, se mai decidessi di mangiarmi le unghie”.

Sì, la soluzione sarebbero i guanti in lattice, ma la mente della persona che in quel momento sta soffrendo, non lo sa, perché è risucchiato da un vortice di ansie e paure.

Quello che succede, invece, è che ansia chiama fobia, fobia chiama paura, paura chiama vergogna e solitudine e inizi a sentirti diversa e sbagliata.

Perché la società in cui viviamo ci vuole sorridenti, vestite di colori pastello, agili, felici, grate per il solo fatto che molte donne non hanno la possibilità di avere figli. E quindi no, non puoi lamentarti, non puoi dire al mondo come ti senti, perché il più delle volte ti senti rispondere “Ma come, non sei felice?!” “Pensa a chi un figlio non può averlo, vergognati” “Che madre sarai?!”.

Solo che il dolore è dolore. E il dolore si accompagna alla sofferenza di non essere come gli altri ci vorrebbero, alla paura che tuo figlio, da lì dentro, possa sentire tutto quello che stai provando tu, all’incapacità di accettare lo stato in cui ci troviamo perché no, sui social sono tutte felici col pancione, la cugina della figlia della panettiera è felice col pancione, quella lì al semaforo è felice col pancione, non può essere che io stia così. Sono sbagliata io.

Ecco… la verità è che sì, probabilmente quelle donne sono davvero felici o magari è solo quello che vogliono dare a vedere, ma il punto è che quello che la società ci vende da anni non è l’unica realtà.

Dovremmo imparare tutti ad allontanarci dall’idea presuntuosa che “se io lo faccio così, allora si fa così”, ” se tutti lo fanno così, allora si fa così”.
Una situazione socialmente riconosciuta, non è l’unica ad esistere e, soprattutto, non è scritto da nessuna parte che sia quella giusta. È solo una versione dei fatti.

E questo vale in tutti i contesti della vita, e mille volte di più se si parla di fragilità in qualsiasi sua accezione.

Questo articolo è rivolto a due tipi di persone:
a chi soffre e a chi non pesa le parole.

NON SEI SOL*, NON FARLO SENTIRE SOL*

A te che leggi e ti riconosci in minima parte in quello che ho scritto.
Non sei sbagliata, non hai nulla di cui vergognarti.
Esistono associazioni che possono aiutarti, come Progetto Ilizia, a sostegno di depressione e ansia perinatale.
Che tu sia in preda al panico, depressa o semplicemente in uno stato di ansia latente, potrai trovare tante future e neo mamme che, prima di te, hanno ammesso a loro stesse di aver bisogno di parlare con qualcuno.

A te che leggi e non hai mai pensato che una parola, per qualcuno, può essere un macigno, ti chiedo di riflettere prima di parlare, capire chi hai davanti e chiederti come il tuo interlocutore potrebbe incamerare le tue parole.
Se è vero che non esiste un libretto d’istruzione per i neo genitori, non esiste neanche un vademecum per le donne in gravidanza. Soprattutto se si tratta di primipara.
Sii gentile, sempre.

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