Karma ti saluto, destino ti ammiro.

Vi ho mai raccontato di quella volta in cui ho creduto che il destino stesse giocando nella mia stessa squadra e all’ultimo momento Suarez gli ha dato un morso?

E’ andata più o meno così:

Castello di Bracciano, Settembre. Una notte stellata a fare da cornice ad un matrimonio da favola.

Mi sembra chiaro quanto doveroso sottolineare che a questa gaia manifestazione, ovviamente, ho preso parte come invitata.

E insomma siamo qui. Con la brezza ad accarezzarci il viso, con il bicchiere di vino sempre pieno, con gli occhi pieni di sorrisi e senza scarpe, quando, ad un tratto, mi avvicino furtivamente ad un cugino in evidenti difficoltà alcoliche e lo invito a lasciare la sua ragazza per dare inizio alla storia d’amore più bella degli ultimi tempi con il water del mastodontico castello.

Mentre il resto del mondo balla le canzoni migliori della serata, io mi immolo per il bene della famiglia e riunisco i più forti di stomaco per soccorrere il cugino malcapitato.

Direte voi: ma scusa, stai ad un matrimonio, sei una figapaura (vi garantisco che ero proprio figa. Non c’è altro modo per descrivere l’aderenza dell’abito sul mio corpo e l’ottimo lavoro sartoriale che manco la sposa ha fatto tutte le prove che ho fatto io) e non hai trovato pan per i tuoi denti?

State bone che mo arriva il meglio.

Vedendomi così attiva nell’organizzazione del traffico stomaco-gabinetto, il karma decide improvvisamente di premiarmi.

Sono stati attimi di pura euforia. Mi sentivo come Madre Teresa di Calcutta in mezzo ai lebbrosi: vomito ovunque e una cameriera che mi dice “Scusa, c’è un ragazzo che non si sente bene, giù in armeria. Non so se lo conosci, puoi aiutarlo?”.

Non me l’avesse mai detto.

Nella frazione di secondo in cui ha pronunciato quelle parole, nel mio cervello sono passati 458 mila fotogrammi, con impaginazione perfetta, di tutto quello che sarebbe potuto accadere da quel momento fino ai successivi 10 anni:

Io che scendo in armeria, lo cerco, lo trovo, lo soccorro.

Io che corro via lasciando il sandalo gioiello sulla scalinata e imprecando perché vorrei vedé voi co na scarpa si e na scarpa no.

Lui che chiede di me agli amici, il giorno dopo. Mi cerca su facebook come solo i migliori stalker sono in grado di fare.

Mi trova, mi invita ad uscire per ringraziarmi per avergli evitato il coma etilico. Ci ubriachiamo, stavolta insieme. Ci innamoriamo.

Io che guardo film di Moccia, lui che cerca di fare una scritta sul ponte di Corso Francia ma alla fine opta per un Whatsapp.

Amore, passione, fuoco e fiamme. Poi la proposta: ci sposiamo nel posto che ha visto nascere la nostra storia d’amore.

Due figli, un cane, il camino e il servizio di piatti di Hermes che mi piace tanto.

E CHE CE VOLE.

E insomma mi armo della più pia delle intenzioni e inizio a scendere i gradini uno per volta.

La ruota gira per tutti, penso.

Aiutati che Dio t’aiuta, penso.

Il Karma esiste e mi sta premiando, continuo a pensare.

Fottiti Paolo Fox, io l’amore lo incontro stasera! Altro che 2015, dico a voce forse un po’ troppo alta.

E infatti la voce doveva essere effettivamente troppo alta. Così alta che Dio, il karma, la ruota, Paolo Fox, Branko, gli astri, la torre di Babele e Giulio Andreotti devono aver percepito le mie intenzioni e nell’armeria mi ci hanno fatto trovare si, un uomo: mio fratello, 21 anni, privo di sensi e completamente ubriaco.

E questo è il motivo per cui i miei amici si sposano e io preferisco ubriacarmi, ‘che col culo che c’ho il bouquet me becca sicuro in fronte, dal lato del gambo.

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